Vivere per sottrazione. Su “L’anniversario” di Andrea Bajani
di Valeria Merante
Nel libro La fine degli amori di Claire Marin, l’autrice scrive: «Certe lealtà non sono più legami, ma un cappio che si stringe attorno al collo». La costanza nelle relazioni, dice Marin, quando certi assetti per forza di cose saltano a causa degli eventi della vita, diventa una costruzione artificiale e non l’effetto di un desiderio intimo. Più avanti ancora scrive che se essere fedeli a sé stessi – dove per sé stessi qui intendiamo l’io, non l’es – ci costa troppa fatica, allora bisogna darsela a gambe e venire meno agli impegni presi. Qui la fuga non si considera mancanza di responsabilità, bensì il gesto estremo di chi la propria vita se la prende finalmente in mano.
Il protagonista della storia narrata ne L’anniversario di Andrea Bajani risponde a questo impulso compiendo un gesto “scandaloso”, che è quello della fuga e della postuma dissezione della propria famiglia.
Per alcuni la fuga è un nascondiglio, ma per altri è una presa di coscienza, soprattutto quando è l’inizio di un lavoro di scavo interiore finalizzato all’individuazione: mi distacco da te per essere me. Chiunque decida, a un certo punto, di grattare via la patina superficiale che fa da involucro alle nostre esistenze deve attraversare l’oscurità che deriva dal passare al vaglio la propria famiglia di origine (dove per famiglia si intende anche, in senso lato, affetti), colta in alcune movenze o posture, e si trova costretto a osservare certi terribili fotogrammi della memoria che si credevano rimossi, e che a un tratto assumono un senso diverso, epifanico, a tal punto che la nuova luce mette a nudo un groviglio prima non visto. Non sempre è possibile scioglierlo, ma nel tentativo di venirne a capo si ripercorre un pezzo di strada che accresce la consapevolezza con cui ci muoviamo nel mondo. Il qui ed ora, posto e assodato che esista, ha un prima e un dopo. E la nostra vita, per usare la metafora della matassa, si dipanerebbe svelando a un certo punto una qualche interruzione, un nodo. Lì dove si annodano i fili è il segreto di ognuno di noi. Il groviglio è l’interruzione, il momento in cui lungo la strada priva di ostacoli dell’infanzia si impongono le figure di riferimento – in questo caso i genitori – con le loro personalità e le loro necessità egoiche, interrompendo la libera espressione di innocue creature alla scoperta del mondo.
Per un pezzo lungo il percorso ambiguo del mondo adulto si procede a tentoni, spesso in preda a lesivi automatismi ma del tutto inconsapevoli: particelle senza attrito. Vorremmo essere noi stessi, ma siamo ancora intrappolati nel desiderio di soddisfare le aspettative, subdole o dichiarate, di qualcun altro, quindi continuiamo a orbitare attorno al nucleo, senza apparente conflitto.
Certe domande, oggi più che mai, sorgono spontanee: perché mettere al mondo un figlio se poi bisogna addestrarlo, reprimerlo, contenerlo, terrorizzarlo, inibirlo? Perché arrestare l’infanzia, ancora prima che un bambino possa sentirla nel corpo e goderne, e allevare futuri adulti interrotti, il cui meccanismo a un certo punto – a volte presto, a volte tardi – si inceppa? Quale genitore, davanti alla paternità o alla maternità, si interroga con coscienza su come ha intenzione di esercitare il proprio ruolo? Quale genitore, davanti al proprio figlio, è pienamente consapevole di essere davanti a una persona che è altro da sé, di non possederlo?
L’anniversario si inserisce nella falla aperta da queste domande. Pur non parlando esplicitamente di infanzia, si intuisce la ferita inferta al protagonista, un tempo anche lui bambino e poi adolescente, dai suoi caregivers, due personalità ipertrofiche a modo proprio: da un lato il padre patriarca, dall’altro una madre granitica che resiste all’abuso.
Le due citazioni in esergo rimandano al trauma e a quello che Tove Ditlevsen ha abilmente messo a fuoco e scritto nel primo volume della sua Trilogia di Copenaghen: «Io so che ogni persona ha una propria verità, allo stesso modo in cui ogni bambino ha una propria infanzia». La ferita dell’infanzia altera la nostra percezione del mondo, diventa il nostro occhio; il protagonista del libro di Bajani è uno dei tanti adulti interrotti, figlio di un sistema malato la cui morsa stringe ancora oggi molte coppie, anche se certa violenza strisciante, fisica e psicologica, non si vede mai a occhio nudo, mai per strada e in pubblico. Per vederla devi entrare in casa e chiuderti la porta alle spalle, perché è lì che si consuma. È lì che l’infrastruttura del nostro carattere, formatasi in risposta al trauma, incontra il suo palcoscenico migliore.
Tra le mura domestiche del condominio piemontese, sotto lo sguardo attento di un figlio che si mette in disparte e osserva, si muovono due figure, due carnefici: un uomo traumatizzato e privo di autoregolazione emotiva – un uomo che sta lì a rappresentarne molti – e una donna che avrebbe potuto vivere un’altra vita e invece si ritrova al confine con un paese straniero con due armi potentissime in mano: il silenzio e una certa forma di tenacia. E che tenacia, che determinazione a proteggere quegli uomini – «emotivamente automutilati e sconnessi», per dirla con le parole di bell hooks – dal male che loro stessi provocavano. Del resto, un uomo traumatizzato e affamato d’amore non può che traumatizzare e far morire i propri cari – i figli, più di tutto – di fame emotiva. La donna complice che ha di fianco aggrava soltanto il dramma già in essere. Perché, tornando a bell hooks, «l’accettazione collettiva da parte delle donne della violenza maschile nei rapporti di coppia, anche se maschera la rabbia, la paura […] rende difficile mettere in discussione e fermare quella violenza». Davanti alla violenza dei padri, e al silenzio complice delle madri, i bambini traumatizzati si interrompono; il tumulto interiore impossibile da decifrare diventa un cappio con cui strangolare i bisogni. Possiamo immaginare che al protagonista de L’anniversario sia successo proprio questo, e che per questo si sia fatto osservatore, facendosi da parte. In perfetto accordo con quello che ipotizziamo sia stato il suo meccanismo di difesa, ha lasciato la scena a sua madre e a suo padre. Ipotizziamo che abbia controllato le emozioni durante gli accessi di ira del padre (lo si intuisce quando rientra a casa dopo l’episodio di violenza), ha comunque lasciato che fosse la madre a decidere di restare a rimettere in ordine: un mansueto (forse schivo?) aiutante di una madre ferma sulle sue posizioni. Il perché non è dato saperlo, né al figlio né a noi lettori.
Ci sono misteri della coppia che rimangono occulti e che nella maggior parte dei casi non coinvolgono i figli. E il senso di tradimento che proviamo quando ci accorgiamo che i nostri genitori non sono adeguatamente venuti incontro ai nostri bisogni, perché impreparati, e perché noi non avevamo ancora la parola, è un altro colpo inferto. Il colpo che spinge il protagonista del romanzo a dileguarsi. A darsi, appunto, alla famosa fuga elogiata da Claire Marin.
Restiamo legati alla famiglia perché, come dice lo stesso Bajani in un’intervista, è il sangue a imporcelo. Ma il sangue dev’essere ridimensionato. Se è possibile lasciare amanti e amici, perché non sentirsi liberi di lasciare un familiare, o un genitore, o entrambi? Molti genitori lasciano i figli non solo materialmente, bensì sottraendosi al coinvolgimento emotivo. La domanda che dovremmo porci, oggi più che mai, è: perché non può succedere il contrario?
Può succedere. Se prima i condizionamenti bastavano a tenere saldi i legami senza discuterli, oggi non è più possibile. Per decenni, secoli, l’impossibilità o l’incapacità di stabilire confini faceva sì che la famiglia strabordasse, e noi strabordassimo in lei, in un invischiamento simbiotico spesso patologico. Oggi un’inversione di tendenza è possibile, e dopo aver letto il romanzo di Andrea Bajani si ha la sensazione che lo sia ancora di più.
Non ci è dato sapere se il protagonista abbia risolto o meno il garbuglio della sua vita. La sua vita privata è a margine di questa storia. Verso la fine si sente il pianto di un bimbo, suo figlio, come l’eco di un dolore antico. Grida “mamma” cinque o sei volte, dice chi scrive. Cinque o sei volte vuol dire che ha proprio bisogno di essere visto e riconosciuto, che ha paura e ha bisogno di qualcuno che lo aiuti a scoprire che non c’è alcun pericolo. Se è vero che il protagonista ha rinunciato all’eredità paterna e patriarcale, ha aderito a quella materna sottraendosi a sua volta. Il “bambino interiore” che chiama la mamma alla fine, così come le immagini tenere di un padre che tiene il figlio in braccio mentre prepara da mangiare e mostra la cartina dell’Italia, riportano all’origine di tutto, la famiglia, come in un cerchio che si chiude. La speranza che resta, a fine lettura, è che il protagonista non si sia sottratto al suo, di ménage, rimanendo un introverso osservatore ma, avendo imparato a riconoscere i propri bisogni, si sia messo in gioco andando incontro a quelli del figlio, restando sempre a guardia del bandolo della matassa.