La vecchiaia del bambino Matteo

di Romano A. Fiocchi

Il titolo è un ossimoro affascinante: La vecchiaia del bambino Matteo. Non basta, il libro si apre con un’immagine che non poteva essere concepita se non da un poeta, qual era Angelo Lumelli: un vagone merci fermo in mezzo alle risaie, da solo, sulla linea ferroviaria Mortara-Pavia, appena prima di Casoni di Sant’Albino. Che fa lì? Rappresenta la vecchiaia. Quella di Matteo, di Ernestino, di Gustavo, del quarto misterioso amico, che è poi la voce narrante. Si tratta di un’immagine-simbolo che accompagnerà il lettore per tutto il romanzo. Che è circolare, pertanto il vagone merci tornerà nell’ultimo capitolo. E il tempo si chiuderà su se stesso. Intanto subentreranno altre storie e altri personaggi. Li riassume la stessa voce narrante nella terzultima pagina del libro:

«Matteo che scopre gli occhi di sua madre Evelina, la macchia d’inchiostro il primo giorno di scuola, l’arte delle lettere maiuscole con il pennino lungo, il filo d’erba sul maglione di Ernestino, la volata di Rosalba e Matteo, i bombardamenti per scoprire la verità, la sera delle torte guarnite il 28 di agosto, la pesca matura sotto la luna, il grande volo dei tacchini, Ernestino tra gli affreschi di Nostra Signora delle Vigne, Gustavo la notte dei due cieli, Diodato nel recinto dei nomi, Sabatino che appoggia la mano sulla coscia della bella signora sconosciuta, le mandrie dei bovini in fuga e le grida dell’uomo degli occhiali rotti».

Credo che questo sia già sufficiente per dare un’idea della complessa bellezza di questo romanzo. Che ho letto, devo dirlo, con un rimpianto sin dalla prima pagina: Angelo Lumelli è morto il 4 novembre scorso, a ottantuno anni. Ho comprato questo suo libro, uscito per le edizioni Qed, pochi giorni prima della sua scomparsa. Quando ho appreso la notizia non ne avevo ancora iniziato la lettura, mi sono quindi ritrovato a penetrare nel suo mondo con la sensazione di profanarlo. Tanto più che Lumelli, da quel mago della parola che era, vi ha messo dei trabocchetti per limitarne l’accesso: ho dovuto rileggere le prime pagine almeno tre volte prima di capirlo. La sua scrittura non è né un flusso di coscienza alla Joyce, né un susseguirsi di frasi sospese alla Céline (quello di Morte a credito). È piuttosto una corrente musicale di parole, ininterrotte, come una partitura wagneriana. Le parole creano dapprima immagini sfocate, poi sempre più nitide, la narrazione oscilla come se fosse composta da onde sonore che si inseguono, finché solidifica in una serie di storie che appartengono a un passato mitico, che non tornerà più. Le nuove generazioni non conosceranno mai le bestie nelle stalle, tanto meno «gli attrezzi agricoli antichi, i gioghi dei buoi, i falcetti da grano, perfino le verghe per battere i ceci, le fave sottratti da chissà chi, chissà perché, per comparire, decenni dopo, nei mercatini dell’antiquariato, insieme alle padelle stagnate, ai calderoni rappezzati». Tutte cose estinte che evocano il periodo più ‘vivo’ dei protagonisti, ossia la vita dei bambini Matteo, Ernestino, Gustavo e del loro amico: la fantomatica voce narrante. Che sia lo stesso Lumelli?

È dunque un’infanzia speciale, la loro, arricchita di un’amicizia altrettanto speciale. Ripercorrendola attraversiamo l’ultimo dopoguerra, gli anni Cinquanta, i cambiamenti inarrestabili di un piccolo paese del Piemonte, per poi inseguire le vite degli ex bambini tra Genova, Torino e Milano. Attenzione, niente a che vedere con il neorealismo: qua e là crepitano esplosioni di fantasticherie e visioni surreali. Ci sono descrizioni minuziosamente nostalgiche, come quella dei vecchi calamai nei banchi di scuola, ma anche magistrali ‘sequenze cinematografiche’ impregnate di parole onomatopeiche, come nel grande bar milanese con specchi, marmi, radica di noce e predella di legno. Merita di riportarne un passo:

«Per reggere l’ora di punta dei caffè la tecnica migliore è il ritmo. Per primi vanno giù i piattini uno due tre quattro via via come volando dalle cataste impilate verso il banco – avanti con i cucchiaini messi per il verso giusto basta farci la mano – dietro front davanti alla macchina multipla sotto con sei tazzine quindi tre beccucci doppi – estrarre con mezzo giro la presa battere due volte toc toc sulla cassetta del caffè usato – avanti sotto il dosatore clac clac rimettere la presa tirare mezzo giro schiacciare il pulsante blo blo blo via i primi due avanti gli altri – cappuccino? piattino grande sul banco cucchiaino dietro front toc toc clac clac schiacciare il pulsante pronti gli altri due caffè – provare il beccuccio del vapore un fischio una nuvola su e giù con il bricco d’acciaio del latte per fare la schiuma niente schiuma signore? – trattenere la schiuma con il cucchiaino versare il latte cacao? no grazie via gli altri due caffè – ritirare le prime due tazzine buttarle dentro al lavello attento alla bustina dello zucchero! – o perdi il ritmo accidenti! è lui che ti porta alla meta – lui è il tuo pensiero centrale! – in quel casino di mani di visi che appaiono sulla scena davanti al banco un campionario di mani di dita con anelli senza anelli unghie con la lacca data di fresco, unghie scheggiate – risalire al viso mentre sorride interamente con gli orecchini le mani – una fine peluria sul labbro ecco l’orlo della tazzina si avvicina al labbro inferiore adesso si apre appena appena si vedono i denti bianchi si tira indietro i capelli – uno tiene la tazzina da sotto come le scodelle in campagna chissà da dove viene? – io sono contento al confine dell’entrata del mondo – fuori la città è piena di esterni che sono pieni di interni».

La parola, le parole, al centro dell’idea di scrittura di Lumelli ci sono loro. La parola non è uno strumento di comunicazione ma è un oggetto, solido, musicale. Un concetto da poeta che entra nel narratore. Proprio come Diodato altro personaggio singolare entra nei nomi come se fossero un luogo. Non solo, Diodato, che ha ritirato l’intera biblioteca dismessa della Casa dell’Operaia di Cusano Milanino, apre i libri ma non li legge: attende l’arrivo delle parole. La sua cosa più straordinaria, quella per cui gli viene dedicato il titolo di un intero capitolo (Il correttore di romanzi), è la sua mania di contestare le trame dei libri inserendo tra le pagine una strisciolina di carta con le annotazioni più strampalate, ad esempio: «I fatti non sono andati come segue», oppure con esclamazioni di ogni tipo, a volte ai limiti del turpiloquio, come «Meglio se vai a cagare!» Tutto questo porterà Diodato a uscire di casa accompagnato dalla folla indistinta e litigiosa dei personaggi scappati dalla sua biblioteca.

Non dirò come invecchierà il bambino Matteo né come finiranno quelli che nell’accurato risvolto di copertina vengono chiamati ‘ragazzi di un poema perduto’. Dirò solo che le suggestive pagine finali del libro, con l’atmosfera sconvolta e il cielo che si nasconde dietro il nostro cielo, gli astri enormi dai colori magnifici ed esagerati, sembrano evocare un nuovo Viaggiatore del Tempo che non si perde nel futuro – come quello di Wells – ma nel passato. Nel tramonto di un’era che, con la scomparsa fisica di Angelo Lumelli, ci sembrerà ancora più lontana.

* * *

Articoli su Angelo Lumelli già apparsi su Nazione Indiana:

Lumelli: (tutte) Le poesie, con breve introduzione di Andrea Inglese;

Dalla scatola di scarpe a via Vigevano: andata e ritorno di Marina Massenz.

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4 Commenti

  1. Romano sono contento di questa attenzione verso Lumelli, sono contento che si manifesti su NI, e ti complimento per la recensione, che dà spazio alla voce del recensito e suscita desiderio del libro. Lumelli è un autore importante, anche se ancora non letto, conosciuto e studiato all’altezza del suo valore.

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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