La bestiola di Esenin. Dialettica di tecnica e linguaggio
di Ezio Partesana
So ascoltare un intero giorno, senza fare una versta,
la corsa del vento e il passo d’una creatura,
perché nel mio petto, come in una tana,
si voltola la calda bestiola dell’anima.
(Esenin, Pugačēv)
La linguistica degli ultimi cinquanta anni è ossessionata dalle frasi semplici: “Maria mangia una mela”. Come atomi, le parti del discorso si compongono all’infinito (e ricorsivamente) per dare vita a quel che chiamiamo Linguaggio e, nelle nostre lingue, frase, poema, legge, testamento.
La calda bestiola che si agita in noi traduce in effetti con disarmante semplicità quel che vogliamo dire in parole e l’ascolto in significati, come se altro non facesse da una vita. Possiamo ignorare un nome, se è difficile, o non sapere cosa vuol dire un termine tecnico come “epodo”, ma l’ordine generale è chiaro, resta solo una casella da riempire con il giusto contenuto. Il gioco è fatto, insomma, e tutti sanno le regole, anche se non sono scritte da nessuna parte.
Con gli atomi linguistici possiamo costruire tutte le infinite frasi possibili, e riflettere anche su di esse, duplicando il mondo in realtà e segni, e segni dei segni. Mentire, sia detto semplice, è un buon esempio della riluttanza, ora dell’universo ora nostra, all’accordo tra segno e cosa; “Di tutti i basalti quello era l’unico che avesse le pulci” è una proposizione senza senso ma grammaticalmente perfetta.
Però la bestiola, il demone, che si arrotola su di sé nella tana è, appunto, una anima e come tale tende a essere irrequieta più che scientifica, sentimentale piuttosto che ingenua. La Grammatica Universale rende conto della chiarezza e distinzione del linguaggio, non della sua confusione; sappiamo quali siano le competenze per far funzionare la macchina e che esse sono ereditate da chiunque senza scelta o desiderio, ma ignoriamo come mai la stessa cosa possa essere detta a fin di bene, o per vendetta.
Platone risolve il problema eliminando i poeti: dire quel che non è o rappresentare il non accaduto equivale a non dire nulla e a non raffigurare nulla. Le relazioni tra angoli alterni esterni si possono calcolare, insomma, le bugie no. Il sapere tecnico diventa un modello per la conoscenza teoretica tramite le interrogazioni socratiche sull’essenza del “saper fare” – vasai, architetti, ginnici, timonieri e quanto altro – che è, appunto, l’idea perfetta della scienza utile, di quella che dà prova di sé. E tuttavia, la Repubblica ideale, quella dei filosofi, non è la repubblica reale; il nobile ateniese scrive di cose che ancora non sono ma che dovrebbero essere, per il bene di tutti.
La contraddizione si sposta – come fanno sempre tutte le contraddizioni – dall’imitazione alla verità e sono proprio le téchnai a rendere evidente come senza una qualche forma di negazione neanche il migliore artigiano potrebbe trasformare quel che è per sé in una cosa buona e giusta, il legno deve essere colpito d’ascia, la cera modellata a mano.
L’atomismo dei linguisti è perfettamente compatibile con le macchine da calcolo, la Repubblica di Platone no. L’intelligenza tecnica si fonda sulla raccolta dei dati, è il sogno di una induzione perfetta, quando la quantità di evidenze empiriche supera in ordini di grandezza qualunque probabilità e solo i miracoli restano esclusi dalla statistica. Socrate continua a chiedere ai suoi interlocutori: “Non dovremmo forse noi prendere a esempio il suonatore di cetra, che sa come usare lo strumento?”, e gli interrogati, in imbarazzo: “Socrate, dipende da quale modello tu voglia proporre… Se si tratta di comporre canti in omaggio agli dèi, certo, ma quando si viene a cosa sia il linguaggio e perché la sapienza abbia a che fare con esso, le cose risultano più oscure”.
Omero gioca con le parole: la scaltro Ulisse inganna il saggio Polifemo che ancora crede all’identità di nome e cosa: “Nessuno è stato” e gli amici se ne vanno. L’accecamento del ciclope è letterale, così come l’inganno, e dal punto di vista scientifico non c’è altro da dire. La lingua ingenua è stata sconfitta dalla lingua smaliziata, nominalista, tecnologica.
Come certi organi o facoltà degli organismi viventi possono sopravvivere in una forma oramai inutile ma chiaramente visibile pur non servendo più a alcuno scopo, così il regno delle variazioni si aggira come uno spettro pensoso intorno alle roccaforti di memoria incalcolabile e velocità di computo. Il problema è che la buona Maria che mangia la mela è più facilmente assimilabile rispetto alle fantasiose divagazioni di Padre Ubu. Non si tratta solo di riduzionismo, le interminabili catene binarie non hanno alcun problema con la quantità, bensì di innaturale selezione delle frasi adatte alla sopravvivenza. Non basta un punto di domanda a esprimere un pensiero dubbioso, e non è sufficiente tradurre un “forse” in una espressione probabilistica per renderne il senso. Se la tecnologia tratta il mondo come dato – e non può essere altrimenti – il non dato diventa l’inconscio di ogni macchina, e di ogni dire in forma meccanica.
Non si tratta solo di aggiungere uno scaffale ai prodotti in mostra, e ancora meno di salvaguardare le emozioni dalla massa delle informazioni: i sentimenti sono oggi tra le merci più pregiate e diffuse, dai romanzi alla televisione, alla pubblicità e alla politica. Piuttosto è quel che non è chiaro, che non è evidente, a essere mal digerito dalla tecnica; la parola detta troppo presto non ha una quantità misurabile, come la vendetta del Servo non ha statuto di cittadinanza in alcun ordinamento telematico, e il pendolo non può essere persuaso.
I greci avevano una parola per questo (i greci avevano quasi sempre una parola per ogni cosa), la chiamavano Aletheia, “non-più nascosto”, in contrasto con l’idea, spontanea, del vero come rappresentazione di quel che è, e negazione di quel che non è. Ma la forma merce della letteratura – dall’intervento politico in un acceso dibattito virtuale alle sillogi poetiche della moltitudine esodante – non è strutturalmente compatibile con il lavoro nascosto, instabile e contraddittorio.
Quello che la comunicazione efficace elimina, nel suo bell’andare, è quanto non è registrabile in un codice a barre; la pubblicità chiede immagini di accompagnamento di uso immediato, e in letteratura consumo e scambio invertono i ruoli. Se a Francoforte il valore di un testo si misurava su quanto era stato da esso tolto, oggi a New York, e nelle altre periferie dell’Impero, si gorgheggia sulla partitura dell’immediato soddisfacimento di qualunque pulsione, purché paghi.
Avere otto frasi per dire esattamente la stessa cosa non è un lusso barocco che gli smisurati banchi di memoria informatici non possono permettersi, né un trastullo da filologi in cattedra, è, più semplicemente, una non-merce, un feticcio che recita la parte della cosa stessa, una perdita di tempo non ripagata da inserzioni e seguaci, un quasi nulla, o meglio, un opprimente nascosto, una sorta di dovere.
Se di quel che non si può dire chiaramente è meglio tacere, la logistica del contemporaneo si è portata avanti svuotando i magazzini degli invenduti, tagliando i tempi morti della consegna, e garantendo il diritto di resa; l’onore delle armi insomma.
La neutralità della Tecnica vale sino a quando si costruiscono armi, già lo studio della composizione del valore è mal visto negli ambienti che di quel valore si appropriano. Va bene parlare di guerra e di sfruttamento se si strappa una lacrima alla fine, e se c’è un modo di farla pagare, ma il meccanismo interessa poco; sotto il velo non è nascosto niente, perché mai dovremmo guardare?
La forma della merce è la forma della tecnica, astratto e concreto in un solo corpo; la tecnica è immateriale fino a quando non riceve una applicazione reale e la merce non è nulla se non viene scambiata. Ma ben concreti sono i processi di produzione e consumo dell’una e dell’altra. Ogni volta che un algoritmo riduce le variazioni linguistiche possibili a una alternativa chiara e comprensibile, quel che viene venduto e consumato non è il contenuto delle frasi, bensì proprio la loro chiarezza alternativa. E naturalmente la chiarezza e la polemica – ma non la contraddizione – divengono il modello mentale di ciò che vale la pena di fare e dire e quanto invece genera solo confusione e incertezza.
In ogni scambio – dalla stretta di mano al certificato di nascita – è necessario che “qualcosa stia al posto di qualcosa”, se l’equivalenza viene calcolata al centesimo si ha la certezza di non essere stati imbrogliati. Il prezzo assoluto da pagare è l’equivalenza stessa, una funzione universale che può tenere il segno per ogni esistente. Ma il “verde melograno”, a dispetto di tutte le antologie, non può scambiarsi di posto con un generoso fico o un cipresso alto e schietto, la bestiola avrebbe altro da dire.