Due domande che avrei voluto fare a Mathias Énard
di Davide Orecchio
Sabato 22 marzo, al festival romano Libri Come, lo scrittore francese Mathias Énard (uno dei migliori che abbiamo nei nostri anni) ha presentato il suo ultimo romanzo, Disertare (E/O 2025). Ero lì ad ascoltarlo, in una fila laterale, e mentre parlava (in italiano!) del suo libro, di Europa, di guerra, di storia e di letteratura, mi sono venute in mente un paio di domande che avrei voluto rivolgergli. Domande che non gli ho fatto. Non ho avuto né il tempo né la faccia tosta di porle quando si è aperto uno spazio di confronto con il pubblico. Allora provo a scriverle qui.
La prima domanda riguarda l’identità europea di Énard. Ho letto molti suoi libri e, quando apro una pagina di Mathias Énard, l’ultima cosa che penso è di essere al cospetto di un autore francese (ma, certo, chi magari ha in mente Il banchetto annuale della confraternita dei becchini potrebbe non essere d’accordo). Cioè, il fatto che Énard sia francese sembra davvero secondario, e dal momento che lo leggo tradotto lo sembra ancora di più. Emerge con forza, invece, un’identità cosmopolitica ed europea (oltre al talento e all’onniscienza di Énard).

Dai romanzi di Énard, dai luoghi narrati nei suoi libri, si potrebbe, per gioco, ricavare una sorta di mappa che espone molte città e territori: ad esempio Venezia, Barcellona, Vienna, Berlino, e poi i Balcani, Istanbul (Costantinopoli), il Vicino e Medio Oriente, l’Africa Settentrionale. Una mappa narrativa che si estende ben oltre i confini dell’Europa e dell’Unione Europea, e lambisce e illustra una grande area nella quale, con Fernand Braudel, potremmo individuare quanto resta della civiltà mediterranea.
Questa mi sembra la geografia letteraria di Énard. Ma questa è, purtroppo, una digressione rispetto a quanto scrivevo sopra, ossia al trovarci di fronte a uno “scrittore europeo” come pochi ce ne sono (un altro è Gospodinov, ad esempio). Uno scrittore transnazionale, col passaporto francese.
Allora, cerco di tornare a quella domanda. Ma devo perdermi in un’altra digressione.
Pochi giorni fa, proprio a Roma, si è tenuta una manifestazione per l’Europa che ha avuto un’eco straordinaria. Molti ne hanno parlato, molti vi hanno partecipato, in numero persino superiore alle aspettative degli organizzatori. Ci è andata un sacco di gente. Altri invece non ci sono andati, perché non si fidavano di chi l’aveva convocata e delle sue motivazioni.
Ma anche chi vi ha preso parte (io c’ero) lo ha fatto per motivi diversi. C’erano persone con le bandiere della pace, c’erano le bandiere dell’Ucraina, c’era gente (pochi per fortuna) che si aggirava con l’elmetto in testa. C’erano le bandiere della UE. Mancava però una parola d’ordine, un denominatore comune, una piattaforma condivisa. Si era lì per l’Europa, perché ci si sente e si è europei. Ma rispondere alla domanda “qual è la ragione per cui ti senti europeo?” sarebbe stato complicato per molti, e le risposte della piazza sarebbero risultate eterogenee.
La stessa Europa a 27 non sa rispondere a questa domanda. Sei europeo perché credi nella pace dopo un millennio di carneficine che i tuoi antenati hanno imposto al mondo intero e a sé stessi? Sei europeo perché tieni alle radici antifasciste sulle quali è stata costruita questa Comunità transnazionale? Sei europeo perché tieni all’antimperialismo delle popolazioni orientali, che non vogliono tornare nella disponibilità dei russi? Sei europeo perché credi in una forma di governo che vada oltre gli Stati nazionali? Sei europeo perché sei democratico? E cosa è per te, esattamente, la democrazia? In cosa identifichi le società, le culture, le democrazie europee per le quali scendi in piazza? Sei europeo perché non sei Trump, non sei Musk e non sei Putin? Un’identità si può definire anche per negazione…
E, a rifletterci un po’ sopra, questa Europa federativa e transnazionale che adesso ci sta a cuore (e che le destre europee post-fasciste invece detestano) nasce più da una negazione che da un’affermazione. Nasce dal desiderio istituzionale di farla finita con una identità militarista che, dopo mezzo secolo di guerra civile europea, restituì al mondo le macerie della WW2 e di Auschwitz. Con un tale passato alle spalle, è molto difficile riconoscersi in quanto europei senza ammettere di avere paura. Paura della Storia. Paura della violenza non sopita nelle braci di questo continente.
Ecco (alla fine è arrivata), la domanda che avrei voluto porre a Mathias Énard è:
“Se dovesse completare la frase Io sono europeo perché…, cosa aggiungerebbe? Qual è la prima cosa che le viene in mente quando ragiona sulla sua identità di europeo?”.
Poi c’è un’altra domanda, più rapida. Buona parte del romanzo Disertare è dedicata al racconto di un Paese che non esiste più, la Germania Est. Ultimamente la Ddr sta godendo di una buona fortuna letteraria. Mi sono chiesto allora se Énard abbia letto Kairos di Jenny Erpenbeck. E, se sì, che idea se ne sarà fatto?
Vedi quanta roba ti viene in mente quando ascolti uno scrittore?