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MILIA

di Velio Abati

– Finalmente sei venuto.

Oppresso da oscure angosce, come quando la notte di colpo ti svegli soffocato e balzi seduto, spalancando la bocca, ho girato per le strade in cerca di respiro.

Non ho visto persone, ma figure frettolose, fragori di macchine.

Alle svolte, là dove il groviglio di traffico e viuzze si decide verso gli slarghi del cimitero, ho sofferto l’affaccio imprevisto dell’azzurro della macchia lontana. Stordito dall’odore di terra, accecato dalla brina, in quel silenzio ho chinato il capo non so quanto tempo, per riprendere forze.

Sono tornato indietro di furia, contro le sferzate gelide all’improvviso levate di tramontana ad affaticare il respiro. Anche i resti di cielo liberati tra i tetti e il taglio dei muri sono segnati da brandelli pallidi di nuvole stirate dalla rabbia del vento.

Chiusa la porta, ripiglio fiato nella penombra delle stanze. Mi butto subito sulla sedia.

– Finalmente sei tornato.

Dunque è vero.

Guardo meglio. La figura seduta sul panchetto che babbo fece da un tronco di potatura d’olivo e ci regalò, dopo averlo piallato con cura. Non so perché, mi ricorda nonna, che però nonna non era, ma mamma del mio nonno vero. Petra, forse, si chiamava, o forse Zoraide. La vidi sotto la quercia, davanti casa: il podere su, nei colli, dove io nacqui e vissi, mi dicono, pochissimi mesi. Il caldo del primo meriggio, dopo che già i piatti erano stati lavati, poteva essere di un giorno di luglio. Dormiva piegata sulle ginocchia, il capo, avvolto nel fazzoletto nero, poggiato a terra sopra le mani aperte ad accoglierlo, come in preghiera verso il tronco della pianta o, chissà, di altro dio.

I ricordi non sono mai figure innocenti.

– Ti aspetto da tanto.

Seduta su quel panchetto basso, chiusa nei suoi panni neri da capo a piedi sembra anche più minuta e più fragile del vero, probabilmente. Sorprende la sua voce schietta, che, se tu chiudessi gli occhi, diresti giovanile.

– Dove sei ito, tutto questo tempo?

Come faccio a rispondere, se non so nemmeno chi sei…

M’interrompe il suo sguardo severo, accenna appena allo sbuffo dei capelli bianchi che scappa sotto il fazzoletto di lana nera, si guarda intorno, alle spalle.

Chi, abbasso la voce, siete, dico.

– Non hai sentito il grido degli scampati, scalzi e gnudi tra le macerie degli olivi, dei campi una volta lavorati? Dei paesi sbranati da cima a fondo?

Mi guarda fissa. Aspetta in ascolto profondo.

– Con i corpi svaniti, come il soffio d’un tizzo. O sprofondati, o schizzati in mezzo ai sassi, alla fame dei branchi di cani, ai gatti.

La tramontana sbatte sulle facciate, rimbalza senza direzione, stride tra le finestre forzate, al portone, che scuote sull’orlo delle scale.

– Dove, dove se’ ito, pel mondo?

Abbasso la fronte. Un crepito, un tonfo violenta le scale.

Vorrei, dovrei rispondere, perché questo è il mio dovere, il modo giusto dell’uomo.

Frugo per le parole.

La sua voce ha il tono di lunga pazienza.

– Dove se’ ito, fuggito dal tempo?

No, m’affretto, no, non credetelo.

Sì, ricordo.

La brocca di rame sull’acquaio e noi in bilico, tra quelle radici di terra oramai troppo costrette, lasciate alle spalle e un domani dai grandi strappato frusto a frusto.

La donna sbatte il piede sul pavimento, sembra ridere, poi tace. Il silenzio è pesante.

Sorride solo con le labbra, severa.

– Così, ti sei convinto, come i citti piccini, che la luce sia quella della tua giornata?

Mi sento aggredito, offeso. Come?! Qui, nella mia stanza. Chi siete?

– Non è il tuo, lo sai, quel tempo d’allotta.

Mi scruta con la calma di chi aspetta.

– Tutt’altra, e ringrazia chi te l’ha messa nelle mani, è stata la tua mattina.

È vero. So anche questo. Né, con tutta coscienza, mai l’ho dimenticato, riconoscente.

– Sei sordo, tra questi muri?

Questo mi sembra troppo. Chi siete?

– Non senti che già è tornato l’odio dei padroni del mondo?

Come vi chiamate?

Sospira. Balena un’ombra.

– Ancora…

Si guarda indietro.

– Il nostro nome non è ancora avvenuto.

Chiude gli occhi, come se qualcosa di più grande la chiamasse. Poi, dopo una lunga pausa, li riapre.

– Ancora aspetta.

Ferma attende, senza tregua, il mio silenzio.

– Dove se’ ito, fuggito da tutti? Non ti muovono le sciaure che già galoppano per le strade? Proprio le medesime, non le vedi?, che hanno straziato la carne della nostra carne, flagellato le nostre case, il nostro pane.

Con orrore, mi precipito, i fatti, ogni giorno più gravi, dall’Impero discendono in tutto l’Occidente. Branchi di armati a caccia di schiavi, vite umane che nella sevizia spremono oro dagli ultimi e altro oro dai padroni della Terra fruttano, quando alla fine le spingi alla morte oltre i confini.

Niente mai è stato risparmiato dal dominio di chi primo ha colonizzato il mondo. Ma mai come ora il signore irride gli allori e le fronde di prima, fregiandosi dell’odio davanti a tutti. Con vanto incrudisce su ogni materia vivente, sulla verità.

Con angoscia più grande guardo l’applauso e l’inganno approvato con convinzione, il silenzio sottomesso, la vastità del non voler sapere, non voler vedere.

Un altro colpo secco, assordante, forse un tuono abbattuto dalla finestra, scuote la rampa delle scale. Vorrei alzarmi, magari qualcuno è stato ferito, tramortito sugli scalini. Ma non ci riesco. Rimango immobile.

– Dove se’ ito, fuggito da te?

Vorrei risponderle, chiarire. Mi agito sulla sedia, ma non mi dà tregua.

– Eppure hai mangiato alla nostra tavola, pocciato il nostro latte, dormito nel nostro letto. Con cura ti s’è ogni cosa mentovato, che tu raccontassi. Com’hai fatto a scordarti?

No! Grido, mi alzo. No. Questo non è vero. È troppo ingiusto. I miei libri.

Cammino nella stanza per trovare un po’ di calma. Ne agguanto alcuni. Guardate.

La donna non porge la mano per prenderli. Rimane nella sua calma di lunghissimo viaggio.

Piego il capo. Dovrei chiederle scusa. Mi metto a sedere. Sul mio onore, pronuncio, sul mio onore, in queste pagine non c’è una parola, non c’è un silenzio, un riso o un pianto che di questo non parli.

– Io non dico a marzo che ho curato bene i miei fagioli, quando ho appena coperto il solco. Settembre me lo dice, se mi piena il paniere. Allora sì, tutti lo vedono e anche chi non sa tenere in mano la zappa loda la buona ortolana e dentro i piatti fuma la zuppa.

Da voi ho imparato per sempre, che non c’è seme interrato, uovo messo alla cova di cui la mano che ha agito possa arrogarsi d’averlo fatto da sola. Vasta, tanto da non essere per intero conosciuta, è la rete di altre mani e esseri e terra e cielo che, cooperando e contrastando, danno direzione e significato.

No, non credetelo. La siepe di fuoco, a cui le vostre mani e consiglio mi hanno condotto, l’ho attraversata, ma mai mi ha fatto dimenticare il vostro campo.

Proprio questa lima tagliente, che porto con me, più cara del mio braccio, più bella della mia mente è anche la fonte vivace della mia piaga.

Un fischio rabbioso s’avventa sulla finestra alle mie spalle, la spalanca di schianto, mi smorza il respiro.

A fatica la chiudo. Con occhi lagrimosi torno alla mia sedia.

Biasimate con ragione il numero ridicolo di chi ho raggiunto. E più d’uno mi ha detto poi delle pagine il vero della fatica della parola, del peso dei legami, che costringono alle soste, al ritorno, persino al dubbio sospeso.

Ma mai vi umilierò a far apparire, quindi far credere che il raccolto dipende da un filo diretto dalla vanga alla spiga. Solo per difetto di forze o peggio per ignoranza – questo alla fine il mio onore – sarò cattivo scolaro del duro testimone che mi accompagna.

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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