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“L’amore è breccia nelle mura”. Rupert Brooke nella traduzione di Raffaela Fazio

“Rupert Brooke. L’amore è breccia nelle mura. Antologia poetica a cura di Raffaela Fazio” (Puntoacapo Editrice, 2025)

Dall’introduzione di Raffaela Fazio

[…] Brooke, affascinante nei modi e nell’aspetto, colto e con le giuste conoscenze, è stato considerato a torto un “War Poet”, entusiasta dell’impresa bellica. In realtà, la sua esperienza della trincea fu estremamente limitata. Morì di setticemia su una nave diretta ai Dardanelli e venne seppellito nell’isola greca di Sciro. L’appellativo di “poeta di guerra” lo acquisì soprattutto per i suoi cinque sonetti intitolati Nineteen Fourteen (da lui stesso non visti come la sua migliore produzione), scritti alla fine del 1914. Tra questi, il più celebre è The Soldier. […] Dietro al disincanto, all’insofferenza per l’ottusità di una società conformista, alla rabbia davanti alle avversità (o a Dio), resiste in Brooke un innegabile vitalismo. Alla base di questo impulso non vi è la ricerca di un ideale appartenente a un mondo più elevato, di “aeterna corpora” (cfr. Mutability), né l’illusione di un destino diverso o di un ritorno a qualcosa che non esiste più; vi è piuttosto un sentimento di solidarietà con chi condivide la sua stessa sorte; il desiderio fraterno di un’accoglienza che mitighi la desolazione; la determinazione a continuare il cammino senza “titubanza” e “paura” e la speranza che il futuro porti consolazione come un “altare d’un tratto in mezzo alle Foreste della Notte” (cfr. The Song of the Pilgrims); la consapevolezza che l’“estasi del fuoco”, anche se destinata a finire, è preferibile ai “cuori privi di passione” (cfr. Dust); la capacità di amare le cose della vita quotidiana come “piatti bianchi e tazze, puliti, luccicanti, bordati di blu”, “l’odore di muffa e la sua insistenza tra foglie morte 7 e felci” (cfr. The Great Lover), ma anche “risate apprese dagli amici, e dolce cordialità dentro cuori in pace su cui si stese un cielo inglese” (cfr. The Soldier); infine, la volontà di lasciare un segno in ricordo della bellezza incontrata (cfr. The Great Lover).

Poesie dal libro

A Channel Passage

The damned ship lurched and slithered. Quiet and quick
My cold gorge rose; the long sea rolled; I knew
I must think hard of something, or be sick;
And could think hard of only one thing − YOU!
You, you alone could hold my fancy ever!
And with you memories come, sharp pain, and dole.
Now there’s a choice − heartache or tortured liver!
A sea-sick body, or a you-sick soul!

Do I forget you? Retchings twist and tie me,
Old meat, good meals, brown gobbets, up I throw.
Do I remember? Acrid return and slimy,
The sobs and slobber of a last years woe.
And still the sick ship rolls. ‘Tis hard, I tell ye,
To choose ‘twixt love and nausea, heart and belly.

Passando il Canale

Glissava, oscillava la nave maledetta. Inudito, in gola
un freddo rimestio – sul mare un rollio – tutto venne su.
Fissa la tua mente su qualcosa, mi dicevo, o starai male.
E su una sola cosa riuscivo a concentrarmi – eri TU!
Tu sola in ogni istante sai occupare la mia fantasia!
E insieme a te il ricordo, dolore, acuta pena, torna in me.
La scelta? Fitta al cuore o fegato in preda all’agonia!
O un corpo con il mal di mare o un’anima con il mal di te!

Se ti scordo? Mi contorco nei conati, a più riprese,
su rigetto carne vecchia e pasti buoni e pezzi scuri.
Se ricordo? Rifluisce ciò che è acido e viscoso,
strazio e lacrime e singhiozzi di quegli anni di sventura.
E la nave ondeggia ancora, col suo male. Così, dura
è la scelta, vi assicuro: nausea o amore? pancia o cuore?

*

The Life Beyond

He wakes, who never thought to wake again,
Who held the end was Death. He opens eyes
Slowly, to one long livid oozing plain
Closed down by the strange eyeless heavens. He lies;
And waits; and once in timeless sick surmise
Through the dead air heaves up an unknown hand,
Like a dry branch. No life is in that land,
Himself not lives, but is a thing that cries;
An unmeaning point upon the mud; a speck
Of moveless horror; an Immortal One
Cleansed of the world, sentient and dead; a fly
Fast-stuck in grey sweat on a corpse’s neck.

I thought when love for you died, I should die.
It’s dead. Alone, most strangely, I live on.

La vita che va oltre

Si sveglia chi credeva che mai si sarebbe svegliato
convinto che fosse Morte la fine. Gli occhi apre piano
su una livida piana che vasta trasuda, arginata
da strani cieli privi di occhi. Là giace e rimane.
Aspetta. Alza una volta nell’aria morta – idea insana
fuori dal tempo – una mano che non riconosce,
come ramo seccato. Su quella terra non cresce
vita; lui stesso non vive, è una cosa che urla; appena
un puntino nel fango, insignificante; un granello
di orrore immoto; mondato dal mondo, un Immortale,
senziente e inerte; una mosca che, nel grigio sudore,
a un cadavere resta attaccata, sul collo.

Credevo che sarei morto se fosse morto l’amore
per te. Ora lo è. Strano – da solo, io vivo ancora.

*
Sonnet

I said I splendidly loved you; it’s not true.
Such long swift tides stir not a land-locked sea.
On gods or fools the high risk falls − on you –
The clean clear bitter-sweet that’s not for me.
Love soars from earth to ecstasies unwist.
Love is flung Lucifer-like from Heaven to Hell.
But − there are wanderers in the middle mist,
Who cry for shadows, clutch, and cannot tell
Whether they love at all, or, loving, whom:
An old song’s lady, a fool in fancy dress,
Or phantoms, or their own face on the gloom;
For love of Love, or from heart’s loneliness.
Pleasure’s not theirs, nor pain. They doubt, and sigh,
And do not love at all. Of these am I.

Sonetto

Ti professai, magnifico, il mio amore: era fasullo.
Se chiuso, non è mosso da rapide correnti il mare.
Il grande rischio grava dei o folli – tu tra quelli.
Non fa al caso mio il chiaro e netto dolce-amaro.
S’innalza dalla terra a ignote estasi l’amore,
come Lucifero scagliato dal Cielo all’Inferno.
Ma in mezzo, nella nebbia, ci sono viaggiatori
gementi per un niente; s’aggrappa a ciò che ha intorno
ognun di loro. Se ami oppur chi ami dir non sa:
se un pazzo in costume o dama di vecchia canzone,
se uno spettro o il suo stesso volto nell’oscurità,
per amor di Amore o solitudine del cuore.
Né pena né piacere gli appartiene. Di tutto
è incerto, sospira, non ama affatto. Io son sì fatto.

*
Fafaia

Stars that seem so close and bright,
Watched by lovers through the night,
Swim in emptiness, men say,
Many a mile and year away.
And yonder star that burns so white,
May have died to dust and night
Ten, or maybe, fifteen year,
Before it shines upon my dear.
Oh! often among men below,
Heart cries out to heart, I know,
And one is dust a many years,
Child, before the other hears.
Heart from heart is all as far,
Fafaia, as star from star.

Fafaia

Stelle che diresti sì vicine e lucenti,
tutta la notte rimirate dagli amanti,
fluttuano nel vuoto – ne siamo a conoscenza –
a molte miglia e a molti anni di distanza.
E quella bianca che arde così tanto,
in polvere e notte si è forse già estinta
dieci anni, o quindici, prima di iniziare
a brillare sopra lei, sulla mia cara.
Ah! tra gli uomini qua sotto spesso accade
che un cuore rivolto a un altro cuore gridi
e che, prima di poter essere udito,
da anni in polvere si sia trasformato,
o bimba mia. Cuore da cuore è lontano,
Fafaia, come stella da stella, non meno.

*
The Soldier

If I should die, think only this of me:
That there’s some corner of a foreign field
That is for ever England. There shall be
In that rich earth a richer dust concealed;
A dust whom England bore, shaped, made aware,
Gave, once, her flowers to love, her ways to roam;
A body of England’s, breathing English air,
Washed by the rivers, blest by suns of home.

And think, this heart, all evil shed away,
A pulse in the eternal mind, no less
Gives somewhere back the thoughts by England given;
Her sights and sounds; dreams happy as her day;
And laughter, learnt of friends; and gentleness,
In hearts at peace, under an English heaven.

Il soldato

Se dovessi morire, di me pensate solo questo:
esisterà un angolo in un campo straniero
che per sempre sarà Inghilterra. E là, nascosta
in quella ricca terra, una polvere più ricca ancora,
che l’Inghilterra ha partorito, plasmato, reso
cosciente, dandole fiori da amare, vie per vagare;
un corpo inglese che ha respirato aria inglese,
lavato dai fiumi, benedetto da soli familiari.

E pensate: questo cuore, di ogni male spogliato,
– un pulsare nella mente eterna – restituirà
altrove i pensieri che l’Inghilterra in lui infuse,
paesaggi e suoni, sogni lieti come le sue giornate,
risate apprese dagli amici, e dolce cordialità
dentro cuori in pace su cui si stese un cielo inglese.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).
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