Naïf

di Mattia Gargiulo
Non lo so dov’è mio padre.
Mia madre sì, lo so benissimo, ma mio padre no, non me lo sono mai chiesto. A parte oggi. Oggi è così, un giorno in cui certe cose ti vengono in mente senza averle pensate o chiamate. Queste cose che da un momento all’altro sono nella testa, devo dire la verità, le trovo presuntuose. Chi credono di essere? Arrivano tronfie da chissà dove e si prendono il posto al capotavola dei pensieri, senza inviti e per di più a mani vuote.
Ho chiesto a mia madre se sapesse dov’è. Ha detto di non sapere nulla da quando è successo il fatto e ha attaccato il telefono come se fossi stato io ad averle messo certi pensieri in testa, come se l’artefice di tutto ciò non fosse stata una persona reale con una voce tutta sua e un paio di occhi che guardano in fondo alla strada, ma solo un’eco che ricorda qualcosa di vago e sfuma in lontananza.
Avevo dimenticato anche questo.
Sono passati anni e mia madre ancora lo chiama così: il fatto.
A onor del vero anche se ufficialmente non so dove possa trovarsi mio padre, credo di saperlo ufficiosamente. Conoscendolo, posso ipotizzare che sia lì dove è sempre stato.
Essendo della vecchia generazione per lui la comfort zone non è un limite, ma semplicemente un luogo in cui infilare le pantofole e godersela. Secondo me sta meglio di tanti altri vecchi leoni spodestati dai loro figli che non tollerano l’idea di avere perso l’autorità di un tempo, di questo lui non si è mai preoccupato: io non sono mai stato un pericolo per lui.
Tra noi non è mai corso buon sangue, però questa storia che un uomo diventa tale quando uccide il padre, è vera per altri, non per me. Non ho mai avuto bisogno di bruciare una parte di me per mettere su nuove radici, ho sempre deposto l’astio e digerito l’amaro presente tra noi. Mio padre l’ho messo sotto un tappeto, come un inciampo, capace di alterare il cammino, ogni qual volta lo calpestavo.
Da quello che so anche mia sorella non lo sente più. All’estero però è facile porre la lontananza come uno spazio invalicabile sia nell’una che nell’altra direzione. Ogni mezzo per spostarsi da o per, sarebbe solo un ronzare verso ricordi o emozioni con la forma di una zavorra. Credo che questo sia l’esempio di una famiglia sgangherata, c’è di mezzo la distanza e il senso di colpa, che ti parla all’orecchio, come un acufene che non si riesce a zittire.
Una sera la mia testa mi propone di ricucire i rapporti con una semplice mossa: “andate a c’è posta per te, può essere una buona idea.” Sono rimasto interdetto, non me lo aspettavo. Rimango sempre stupito del suo essere così naïf, dolcemente naïf. Le chiedo di smetterla con le buone idee, e di darmene delle ottime, ma finisce che inizia con i voli pindarici dove non si atterra mai da nessuna parte. Questo è un chiaro aspetto ereditato da mio padre, che mia madre tiene a ricordare quelle poche volte che ci vediamo. “Non iniziare a farti venire strane idee” dice quando parto con discorsi scellerati. “Mi sembri tuo padre” conclude guardandomi fisso negli occhi, come se volesse attaccarmi, offendermi.
Ribadivo che nonostante fossi suo figlio non sono lui.
Aver scoperto che mio padre l’avesse tradita è stato un contraccolpo, uno di quelli da cui ti riprendi subito o che piano piano ti logora dentro. Soprattutto perché lui è sempre stato un populista e aver realizzato che fosse diventato meloniano fu uno di quegli eventi che per mia madre equivalgono a trovare un’altra donna nel letto matrimoniale.
C’è da dire che mio padre non è mai stato interessato alla politica, destra o sinistra per lui erano tutti ladri, perciò, si è sempre rifugiato nei luoghi comuni: “gli immigrati ci rubano il lavoro”, “non c’è lavoro per colpa degli immigrati” e così via, ma quando nel 2008 si palesò il 5 Stelle ebbe un profondo cambiamento. Per la prima volta si sentì rappresentato da qualcosa. Iniziò a credere che finalmente il sistema avesse trovato la sua controparte: un’onda di delusi, frustrati e rabbiosi che convogliava l’energia delle chiacchiere da bar in una concreta forma d’urto per spazzare al suolo tutte le chiacchiere da salotto. Questa speranza divenne una parte attiva nella sua vita a tal punto da trasformarlo in un militante sempre pronto sul piede di guerra verso chi sosteneva ancora i classici partiti e un missionario verso chi doveva essere convertito al nuovo movimento. Un periodo che si trascinò per diverso tempo anche durante i pranzi e le cene in famiglia di cui non si parlava d’altro.
Una fiducia elettorale che culminò in ciò che per la lealtà segna sempre il suo epilogo: il tradimento. La decisione del movimento di allearsi con la Lega dopo il voto delle politiche del 2018 fu il primo avvertimento verso il declino di quell’ideale.
Mio padre iniziò a chiudersi prima in sé stesso, poi nella sua stanza. Accennò persino a uno sciopero della fame – ispirato dalla figura mitologica di Pannella – per svegliare le coscienze. Ma non durò molto, saltò un solo pasto decantando i crampi allo stomaco causati dalla fame come l’atto di un martire. Per mesi scaraventò su tutti noi un velo di pietismo, incapace di accettare il nostro interesse verso le istituzioni fino a quando, all’improvviso, non trovammo una lettera sul suo comodino.
“Non c’è la faccio più, il vento deve cambiare. Me ne vado, rivoglio la mia dignità e la patria di un tempo, orgogliosa di sventolare la propria bandiera. Mi mancherai ma so che non sei in grado di capire perciò ho scelto chi è stato in grado di ridare fiducia ai miei ideali, di ridare speranza a ciò in cui credo e che mi fa sentire giovane, pieno di energia. Ho scelto Giorgia Meloni. Riparto da qui. Boia chi molla. Tuo marito e neo-camerato.”
Da quel momento mia madre tagliò qualsiasi ponte con lui, o forse dovrei dire che lo falciò e lo distrusse in mille pezzi con il martello. Anni di lotte, di attivismo e di battaglie che andavano a farsi benedire in un pozzo di ricordi che sbiadivano lasciando spazio al nero. Mia madre poteva accettare di sopportare i borbottii di un uomo che non credeva più in nulla, ma non poteva condividere la sua vita con chi aveva valori completamente opposti ai suoi. Come avrebbe affrontato un argomento come quello dei migranti? O quello dei diritti civili del mondo LGBT? O del ruolo dei centri sociali?
Ormai erano su due argini opposti del fiume.
Questa corrente destrorsa invadeva un po’ tutto il mondo, e mia madre iniziò a bruciare tutti i santini di Lenin, Trotsky e Marx nascosti nei vari cassetti dei mobili di casa.
“È colpa del comunismo se ho perso mio marito!” ripeteva. Poi continuava “se solo l’avessi ascoltato di più!” e poi piangeva. Non ho mai capito se intendesse di dover ascoltare di più Lenin o il marito.
Come dicevo prima, adesso il pensiero di dove fosse mio padre si è insinuato nella mia testa e come al solito iniziano a proiettarsi scenari ingenui. Adesso vedo mio padre seduto con la squadra di governo dare opinioni sul nuovo codice della strada davanti a una pletora di alcolici mentre commentano se l’inasprimento delle leggi fa rigare dritti i cittadini.
Questa ingenuità che vuole trasmettere la mia testa non ho mai capito se sia un modo per difendermi da uno pseudo-abbandono mai somatizzato o farmi rendere conto semplicemente di avere una spiccata capacità di immaginazione; se fosse un modo di avere più stima verso di lui o un’illusione di poter avere qualcosa per cui andare fiero. Certo è molto soggettivo ritenersi fieri di sedersi al tavolo di quelli che oggi vengono considerati neofascisti, ma è pur sempre un posizionamento che ad oggi, comunque, non riesco a dargli. Non sono in grado di dire se mi manca, però è un fatto che non abbia mai avuto la voglia di sapere come stesse.
Mio padre è ricomparso nella vita di mia madre dal nulla, come se fino a ieri giocasse a nascondino e ora reclama il ruolo di quello che conta. Non si è riaffacciato di persona davanti alla sua porta, ma in un messaggio di un’amica di mia madre che si è sentita in dovere di confessarle di averlo visto con un’altra. Più tardi si sarebbe scoperto che la donna in questione sia una vecchia compagna che militava nei centri sociali insieme a mia madre. Una donna di cui né io né mia sorella eravamo a conoscenza. Si aprirono due scenari. Il primo: in fondo un fascista e un comunista potessero essere compagni; il secondo: quella di mio padre era tutta una montatura.
Fingersi un militante per potersi scopare qualcuno altro. Il tradimento del tradimento, insomma.
Dopo essersi confrontata con questa sua amica, mia madre ci disse che era vero, l’aveva visto con i suoi occhi. Le due amiche si erano organizzate per un pedinamento e videro l’uomo salire a casa della presunta amante.
Fecero delle foto che ci inviarono via Whatsapp sul gruppo di famiglia a cui seguì un solo messaggio di mia madre: “è come vedere Grillo in politica: uno show imbarazzante”.
Risposi con l’emoticon di una faccetta e una lacrima.
Non successe nulla dopo quella scoperta.
Mio padre non chiarì mai la sua posizione – come Casini – e mia madre non volle saperne mai di eventuali confronti riparatori – si veda il caso Fini-Berlusconi. Il pensiero di volerci raccapezzare qualcosa è rimasto nella testa per un po’, finché non ha lasciato il suo posto per andare da qualche parte e apparire quando ne aveva voglia. La testa è così naïf che certe volte le piace far soffrire il cuore.
Un ottimo racconto.
Uno sguardo originale ed anche spiritoso sulla realtà politica e sociale che viviamo.
Stile spigliato che a tratti mostra l’anima sensibile del autore.