Tra un lavaggio di piatti e l’altro tornavo da quello che era stato per quattro giorni mio suocero. Quel mio suocero che non avevo frequentato da vivo, e che adesso aveva pensato bene di morire. Che era morto e faceva il morto rispettabile tra quella gente preoccupata di mostrarsi rispettabile. Gruppetti di parenti e di conoscenti stavano un tempo più o meno lungo in silenzio al suo capezzale, tenendo gli occhi compostamente rivolti verso il pavimento, o anche bisbigliando qualche frase compita ai loro vicini, come si parla in presenza dei morti. Poi uscivano sospirando dalla stanza, e affrontavano l’altra faccia del lutto, quella sociale. Nei loro occhi ricompariva il compiacimento di star facendo la cosa giusta al momento giusto. E erano sostituiti al capezzale da altri contegnosi gruppetti. Era una veglia funebre che non finiva mai. Leggi il seguito
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